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Green Economy: l'economia del futuro

Alla scoperta della Green Economy, un’economia che genera crescita, crea lavoro e sradica la povertà investendo e salvaguardando le risorse del capitale naturale da cui dipende la sopravvivenza del nostro pianeta

Articolo a cura di Matteo Porro - Human Resources Associate

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Anche in Italia si sente sempre più usare questo termine, che nella maggior parte dei casi però non si riesce a comprendere a pieno. Quando si parla di Green economy, ci riferiamo ad un tipo di economia che prende in esame non solo la produzione, ma anche l’impatto che essa avrà sull’ambiente, in modo da non pesare in maniera eccessiva sul nostro pianeta. L’intento è, attraverso interventi del privato e finanziamenti pubblici, di diminuire le emissioni di CO2, conservare l’ecosistema e non danneggiare la biodiversità.

La Green economy cerca quindi di innescare un meccanismo virtuoso, che permetta di gestire al meglio le risorse, ottimizzando quanto più possibile la produzione e portando ad una crescita del PIL. In questo quadro l’ambiente viene infatti visto come un fattore di crescita economica per l’uomo, dal momento che l’impoverimento delle risorse e il consumo eccessivo delle materie prime comporta anche un aumento di prezzo delle stesse e quindi un danno dal punto di vista dell’economia.

l problema principale della Green economy è che però richiede una trasformazione profonda della società, che spesso però la comunità non è in grado ancora di mettere in atto. In primo luogo deve avvenire una presa di coscienza da parte delle aziende che devono farsi carico di quella che in inglese viene definita “corporate social responsibility” ovvero responsabilità sociale d’impresa, che prevede l’impegno da parte dell’azienda nell’azione di strumenti e tecnologie che mirino a impattare il meno possibile sull’ambiente.

Negli USA ad esempio sono stati creati degli enti che aiutano le aziende nella crescita economica sostenibile. Il Sustainability Accounting Standards Board(SASB) è proprio un organo di questo tipo, nato nel 2011 e indipendente, favorisce la divulgazione di informazioni sulla sostenibilità delle aziende a favore degli investitori. Gli studi dimostrano che le aziende che operano in modo sostenibile hanno rendimenti migliori sul mercato azionario. In particolare i ricercatori di Harvard, usando il modello di SASB, hanno scoperto che le aziende con un’ottima valutazione sulle questioni ambientali hanno un utile migliore di quelle con stime inferiori. I risultati sono confermati dal rapporto del Boston Consulting Group, secondo cui gli “investitori premiano le performance migliori sui temi ambientali con valutazioni tra il 3% e il 19% maggiori delle performance medie”.

La green economy è una via che più di 432mila imprese italiane hanno deciso di intraprendere, un’indagine svolta su 1000 imprese manifatturiere italiane mostra che le aziende eco-investitrici innovano di più (73% contro 46%), investono maggiormente in risorse e servizi (33% contro 12%) e utilizzano o hanno in programma di utilizzare in misura maggiore tecnologie 4.0 (25% contro 14%) e privilegiano skills 4.0(22% contro 11%).

Tornando alle oltre 432mila “imprese verdi” italiane, emerge chiaramente che le imprese eco-investitrici orientate al 4.0 nel 2020 hanno visto un incremento di fatturato nel 20% dei casi, quota più elevata del 16% del totale delle imprese green e più che doppia rispetto al 9% delle imprese non green. Il risultato si nota anche a livello occupazionale: l’occupazione green nel 2018 è cresciuta rispetto al 2017 di oltre 100 mila unità.

Non è un caso dunque se l’Italia è il campione europeo nell’economia circolare e nell’efficienza dell’uso delle risorse. Come rileva Eurostat è il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti: 79%, il doppio rispetto alla media europea (solo il 39%) e ben superiore rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei (la Francia è al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%).

Per questo occorre puntare sulla sostenibilità, lo sostiene lo stesso Consiglio europeo che ha accolto con favore lo scorso aprile la “Tabella di marcia per la ripresa. Verso un’Europa più resiliente, sostenibile ed equa” e ha sostenuto che l’Unione europea ha bisogno di uno sforzo di investimento per sostenere la ripresa e modernizzare l’economia. Le risorse messe a disposizione sono significative. Ai 1100 miliardi di euro previsti dal quadro finanziario pluriennale rinforzato per il periodo 2021-2027 si aggiungono i 750 miliardi di euro stanziati per Next Generation EU e i 540 miliardi del pacchetto di misure eccezionali approvate dal Consiglio europeo.

Una parte importante di questa quota sarà destinata all’Italia che dovrà a sua volta investire in modo oculato. Per questo occorre pensare a un piano che punti su politiche green e attente alla transizione energetica e all’economia circolare.

Recovery Fund, la svolta europea

Per mesi al centro delle discussioni dei vertici europei, il Recovery Fund ha trovato la sua forma definitiva. Amato e odiato dai ventisette Paesi membri dell’Unione, sono tutti concordi nel definirlo un punto di svolta e un giorno che verrà ricordato per molto tempo.

Articolo a cura di Flavia Cirillo - Sales and Business Development Associate

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Dopo 4 giorni e 4 notti di estenuanti trattati, all’alba del 21 luglio 2020 il presidente del Coniglio Europeo Charles Michel tweetta un iconico “Deal!”, segnando un cambiamento storico per l’Unione Europea.

Il piano straordinario è l’ormai conosciuto e dibattuto “Recovery Fund” che nella sua forma definitiva si compone di 750 miliardi di Euro suddivisi in 390 miliardi di sovvenzioni da non rimborsare e 360 miliardi prestiti, destinati a salvare i paesi maggiormente colpiti dal Covid. I 27 capi di stato hanno prontamente risposto considerando l’accordo una conquista per le proprie nazioni e per l’Europa intera che per la prima volta dalla sua fondazione ha disposto un debito comune.

Il Fondo per la Ripresa distribuirà risorse a partire dal secondo trimestre del 2021 fino al 2023, ma potranno essere usati retroattivamente anche per coprire le misure prese dal febbraio 2020, purché compatibili con gli obiettivi del Recovery validi fino al 2026. Fissata, invece, la data per l’inizio del rimborso dei prestiti a partire dal 2027.

Quanto all’Italia, l’ammontare concordato è di circa 80 miliardi di sussidi e 120 miliardi di prestiti, tuttavia il paese dovrà accettare forme più intrusive di gestione dei fondi. La soluzione prevede che i piani di recupero e resilienza varati da ogni paese dovranno essere valutati dalla Commissione entro due mesi dalla presentazione. La promozione dei piani sarà possibile in base al tasso di rispetto del Green Deal, della transazione digitale e delle raccomandazioni Ue 2019-2020 per i singoli paesi: nel caso dell'Italia si fanno pressioni per quanto riguarda riforme di pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità. Per la ratifica finale e l’entrata in vigore i piani di riforme dovranno essere sottoposti ulteriormente al vaglio del Consiglio UE e come ultimo step al Parlamento UE.

WEB TAX: cos’è, chi colpisce, e quali criticità comporta.

La Web Tax è la ISD, Imposta sui Servizi Digitali, ed è stata introdotta dalla legge di bilancio del 2020 nell’intento del legislatore di colpire i grandi colossi del mondo digitale, ovvero le cosiddette GAFA: Google, Amazon, Facebook ed Apple.

Articolo a cura di Fiorella de Matteis - Sales and Business Development Associate

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Ispirata alla Digital Service Tax, proposta dalla Commissione Europea nel 2018 ma mai entrata in vigore, la Web Tax, dopo alcuni tentativi e svariate false partenze, debutterà anche in Italia con la legge di bilancio del 2020. La ratio dell’imposta è quella di contrastare l’evasione delle cosiddette GAFA dai regimi di tassazione dei Paesi dove operano, sottoponendosi all’imposizione fiscale di quelli in cui hanno la sede legale.

Tali società infatti, pur operando nel mercato italiano e rivolgendosi ai consumatori italiani, non pagano le tasse in Italia, in quanto hanno deciso di collocare le loro sedi in paesi dove la pressione fiscale è inferiore.

Come noto, tuttavia, le leggi ad personam, ossia rivolte ad uno specifico soggetto, sono vietate, perciò tale imposta andrà a colpire tutti quei soggetti che possiederanno congiuntamente i requisiti sostanziali e numerici previsti dalla legge.

Per quanto riguarda i requisiti sostanziali, saranno assoggettate alla Web Tax le società operanti nel mondo dei servizi digitali che svolgono le seguenti attività:

- diffusione di pubblicità mirata agli utenti della rete online

- fornitura di servizi venduti su piattaforme digitali

- trasmissione di dati raccolti dagli utenti e generatisi tramite l’utilizzo dell’interfaccia digitale

Quanto ai requisiti numerici, due sono i parametri individuati: un fatturato, a livello singolo o di gruppo, superiore ai 750 milioni di euro ed un fatturato superiore ai 5,5 milioni di euro derivante appunto dai servizi digitali offerti in Italia.

L’aliquota sarà quella del 3%, applicata al fatturato derivante dai servizi digitali, e per considerare il ricavo tassabile sarà necessario individuare l’italianità della transazione, attraverso l’indirizzo IP della stessa.

La legge prevede tuttavia una serie di esclusioni per imprese che, pur operando nel mondo dei servizi digitali, non vedranno applicarsi la tassa, ne sono un esempio le società finanziarie intermediarie.

Individuati i caratteri fondamentai della Web Tax, è possibile analizzare le svariate criticità che tale imposta comporta. Prima tra tutte, trattandosi di un’imposta sul fatturato, è molto probabile che la stessa andrà a gravare a valle sul consumatore. Le imprese probabilmente, infatti, alzeranno percentualmente i prezzi così da ricevere il mancato guadagno da parte dei consumatori.

Seconda controindicazione riguarda la geolocalizzazione e la compatibilità della stessa con la normativa sulla privacy che consente di eliminarla, vanificando la possibilità di sapere se la transazione è avvenuta in Italia.

Terza ed ultima criticità è che, pur non volendo, la Web Tax andrà a colpire anche i grandi gruppi editoriali italiani come ad esempio Mediaset e RCS, che rientrano nelle soglie previste dalla legge per fatturato e servizi digitali offerti, il che è certamente contrario alla finalità della norma.

L’iniziativa Italiana non è stata però la sola, ulteriori esempi di imposte simili sono state già disciplinate da diversi paesi come Regno Unito (2%), Polonia (1,5%), Turchia (7,5%) e Francia (3%).

Gli Stati Uniti infatti sono già passati al contrattacco: considerando la Web Tax come una discriminazione nei confronti delle loro imprese, hanno dichiarato che reagiranno imponendo dazi sui prodotti francesi e italiani. Amazon, in più, ha annunciato che aumenterà le commissioni per gli imprenditori francesi che offrono i propri prodotti e i propri servizi attraverso il Marketplace di Amazon in Francia.

Il panorama risulta essere decisamente frastagliato, è perciò auspicabile un pronto intervento a livello europeo affinché la disciplina venga uniformata.


Anonymous contro TikTok

Nelle ultime settimane c’è chi ha divulgato un serio allarme agli utenti TikTok di tutto il mondo: si tratta del famoso collettivo hacker Anonymous, che ha attaccato platealmente il social definendolo “un’app spia”, utilizzata dalla Cina ottenendo l’accesso ai dati personali degli iscritti.

Articolo a cura di Fabrizio Cinque - Human Resources Associate

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«Noi siamo Anonymous. Noi siamo legione. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettateci!»

Questo è il motto del network internazionale di hacker e movimenti attivisti chiamato Anonymous. Questo gruppo, nato nel 2003, che non ha una struttura di comando ben definita, è impegnato in diverse battaglie per la libertà di pensiero e di espressione e contro lo sfruttamento economico. Motivo per cui il "codice etico" di Anonymous presuppone di non attaccare i mezzi d'informazione.

L'azione di Anonymous si caratterizza per la compresenza di attività di protesta effettuate online e in pubblico, nella vita reale, quando i partecipanti alle proteste si mostrano con indosso la maschera di Guy Fawkes. Le attività di Anonymous sono in grosso modo di due tipi e riguardano da una parte la pubblicazione di informazioni riservate acquisite tramite incursioni informatiche e dall'altra una modifica o un blocco temporaneo delle attività online interessate.

TikTok è attualmente l’applicazione più scaricata al mondo, superando Instagram e Facebook. TikTok è un’app a metà tra un social network e un social media realizzata da una società cinese chiamata ByteDance. -Apriamo una piccola parentesi sulla ByteDance: BD è una società multinazionale cinese di tecnologia Internet che ha rubato ad Uber il titolo di startup tecnologica più preziosa del mondo; infatti ByteDance vale oltre 100 miliardi di dollari a maggio 2020-

Gli utenti di TikTok, tramite editing automatici che permettono di modificare la velocità di riproduzione, aggiungere filtri ed effetti particolari ai video, possono realizzare clip divertenti e creative di breve durata.

Cosa è successo?

Nel corso dei mesi l'applicazione è stata sotto i riflettori per diverse questioni sulla privacy visto che in molti hanno reputato l'app poco sicura nei confronti di chi la utilizza.

Proprio il 2 luglio 2020, a seguito dell'analisi con reverse-engineering dell'app da parte di un utente di reddit, il gruppo Anonymous ha denunciato la pericolosità dell'app identificandola come un vero e proprio Malware controllato dal governo Cinese, il quale agirebbe per eseguire uno spionaggio di massa. Il tweet degli Anonymous: “Delete TikTok now; if you know someone that is using it explain to them it is essentially malware operated by the Chinese government running a massive spying operation.”

Secondo lo sviluppatore, TikTok sarebbe in grado di capire quale sia il dispositivo su cui è installato, così come di leggere i dati di navigazione, di attivare il Gps ogni 30 secondi per tracciare gli spostamenti e controllare le telecamere degli smartphone su cui l’App è installata.

Questa azione degli Anonymous potrebbe essere paragonata alla storica azione di Snowden, che nei primi anni 2000 divulgò notizie in merito allo spionaggio civile compiuto dall’America. Che siamo spiati lo sappiamo tutti, sanno tutti che i dati messi in rete vengono e possono essere dilaniati da chiunque. Ovviamente tutte queste informazioni sono state smentite dagli sviluppatori di ByteDance, ma se tutto ciò fosse vero al 100% la cosa non ci dovrebbe stupire, internet e i social sono il modo perfetto per entrare in connessione con dispositivi e con dati personali, poiché sono proprio gli utenti a concedere queste informazioni.

Parità di genere: com'è messa l'Italia?

Si fa fatica a crederlo: l’Italia è il paese europeo che sta progredendo più velocemente verso la parità di genere. Ma quello che sta facendo non è abbastanza.

Articolo a cura di Maria Rosaria Moccia - Human Resources Associate

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A seguito di reclami introdotti dalla ong internazionale University Women Europe, il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa "ha riscontrato violazioni del diritto alla parità di retribuzione e del diritto alle pari opportunità sul luogo di lavoro in 14 dei 15 Paesi" che hanno accettato "di applicare la procedura dei reclami collettivi della Carta sociale europea". Tra i 15 Stati esaminati c’è anche l’Italia ma la sola ad aver raggiunto la sufficienza è la Svezia.

Problematica da evidenziare, si specifica, non è solo il divario retributivo di genere, ma anche "la mancata trasparenza salariale nel mercato del lavoro, l’assenza di vie di ricorso efficaci e l’insufficienza dei poteri e mezzi conferiti agli organismi nazionali per la promozione della parità di genere".

Secondo Strasburgo, "l'Italia ha violato i diritti delle donne perché ha fatto insufficienti progressi misurabili nel promuovere uguali opportunità per quanto concerne una pari retribuzione".

Eppure, considerando quanto emerge dal quarto «Gender Equality index» (l’indice di uguaglianza di genere) che è stato presentato il 15 Ottobre 2019 a Vilnius dall’Eige, l’agenzia europea che monitora l’uguaglianza di genere nei ventotto Stati Membri, l’Italia sta facendo bene i compiti (in 12 anni ha guadagnato quasi 14 punti) ma i risultati non sono ancora sufficienti. Anzi, sono inferiori ai punteggi medi degli altri Stati europei in tutti i settori, tranne che in quello della salute. L’Italia inoltre registra il punteggio più basso di tutti gli Stati membri dell’UE per quando riguarda le discriminazioni nell’accesso al mondo del lavoro:

-Il tasso di occupazione (delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni) è del 53% per le donne e del 73% per gli uomini. Circa il 33% delle donne lavora a tempo parziale, contro il 9% degli uomini. In media, le donne lavorano 33 ore a settimana e gli uomini lavorano 40.

Inoltre, la concentrazione disomogenea di donne e uomini nei diversi settori del mercato del lavoro rimane un problema». Circa il 26% delle donne lavora nell’istruzione, nella sanità e nel lavoro sociale, rispetto al 7% degli uomini. Solo il 6% delle donne lavora nelle professioni scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (STEM) rispetto al 31% degli uomini. E le retribuzioni?

Nel nostro Paese sebbene i guadagni mensili medi di donne e uomini siano aumentati, le donne continuano a guadagnare il 18% in meno rispetto agli uomini. Nelle coppie con bambini, poi, le donne guadagnano il 30% in meno rispetto agli uomini.

Altro punto saliente esaminato dal Ceds e dal Gender Equality Index è quello inerente alle posizioni di potere ricoperte dalle donne. Su questa materia, l’Italia prende il voto più basso di tutta la pagella. Anche se, va detto, è questo il campo in cui si sono registrati i miglioramenti più significativi: la percentuale di donne nei consigli di amministrazione delle maggiori società quotate in borsa è passato dal 3% al 36%.

In conclusione, il percorso che l’Italia sta intraprendendo per riuscire ad affermarsi un Paese all’avanguardia e paritario anche per le donne è ancora lungo. Tuttavia, i dati positivi di crescita devono rappresentare un fattore cardine su cui le donne di oggi e di domani potranno affidarsi per colmare l’ampio ed ingiustificato gender gap italiano.

BTP Futura 2020: il Mef punta sui piccoli risparmiatori

Il mercato obbligazionario italiano è di nuovo sotto i riflettori: nelle prossime settimane verrà collocato il BTP Futura, il nuovo titolo obbligazionario italiano. Vediamo allora cosa sono i BTP Futura e facciamo un’analisi per capire l’effettiva convenienza di questo nuovo titolo di stato.

Articolo a cura di Fabrizio Cinque - Human Resources Associate

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Per finanziare l’emergenza sanitaria e la nostra ripresa, lo Stato eroga titoli in modo che il debito pubblico sia detenuto per gran parte dai cittadini italiani, o almeno si tenta di aumentare la quota di debito pubblico in mano ai cittadini; si pensi infatti che, attualmente, solo il 4% del debito è detenuto dagli italiani direttamente in portafoglio. Questo è dovuto al fatto che le banche italiane acquistano la maggior parte dei titoli emessi tramite i risparmi degli stessi cittadini.

Il BTP Futura è un titolo di Stato proprio per i piccoli investitori che ha due caratteristiche fondamentali: un rendimento crescente nel tempo e un premio fedeltà.

Analizziamo questi due fattori:

Per prima cosa si è saputo che il BTP Futura avrà scadenza di 10 anni e saranno distribuite cedole semestrali crescenti, che saranno calcolate in base a dei tassi prefissati e incrementati nel tempo, attraverso il meccanismo cosiddetto “step-up”: il tasso sarà fisso per i primi 4 anni, aumenterà una prima volta per i successivi 3 anni e una seconda volta per gli ultimi 3 anni di vita del titolo prima della scadenza.

Il punto forte di questo titolo di Stato è il premio fedeltà, che prevede, per chi acquisterà il titolo nei giorni di emissione e lo deterrà fino a scadenza, un surplus proporzionale alla crescita del PIL. Questo premio non potrà essere inferiore all’1% del capitale investito (in modo da garantire un minimo agli investitori) e non potrà superare il 3% dell’investimento (così da non gravare sulle spese dello Stato).

I BTP Futura saranno acquistabili da lunedì 6 luglio 2020 a venerdì 10 luglio 2020 con un investimento minimo di 1000€. Come tutti i titoli di Stato i guadagni avranno una tassazione agevolata del 12,5%.

Gli aspetti di incertezza non sono pochi, ma la valutazione definitiva sarà possibile quando verranno annunciati i valori della cedola iniziale e di quelle intermedie.

Ora non resta che attendere Venerdì 3 Luglio, quando saranno chiariti tutti gli aspetti di questo strumento per far ripartire la nostra Italia.

Mediobanca nel mirino dell'uomo più ricco d'Italia

Il patron di Luxottica vuole accrescere la quota di Piazzetta Cuccia passando dal 10 al 20%; un'operazione orchestrata tramite la sua holding Delfin per un totale complessivo di più di mezzo miliardo. Ma quale è il vero obiettivo ultimo di Del Vecchio?

Articolo a cura di Giorgio Pinelli - Sales and Business Development Associate

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Leonardo Del Vecchio è un imprenditore italiano, fondatore e presidente di Luxottica. Secondo Forbes la sua ricchezza è pari a 25,8 miliardi di dollari, riuscendo a classificarsi nella rivista americana come l’uomo più ricco d’Italia e il 50º al mondo.

Attraverso la sua holding Delfin vuole far salire dal 10% al 20% la sua quota in Mediobanca, diventandone il maggiore azionista. Se l’affare andasse in porto, il costo dell’operazione complessiva si aggirerebbe attorno ai 600 milioni. È già stata inoltrata richiesta alla BCE tramite la Banca d’Italia, la BCE si esprimerà entro 60 giorni poco prima della presentazione delle liste per il rinnovo del Consiglio dell’Assemblea di fine ottobre. Mediobanca è un istituto di credito particolare: più che raccogliere il risparmio si occupa di assistere grandi imprese e altre banche nelle loro operazioni finanziarie. In passato era l’unica banca a svolgere queste mansioni ed infatti ha rappresentato il crocevia del capitalismo italiano.

Alla diffusione della notizia c’è stata un’ottima risposta dei mercati con il titolo di Mediobanca che è volato in borsa facendo registrare un +13%. Non dello stesso parere sono i manager di Mediobanca, ostili verso questa scalata perché non vogliono che tra gli azionisti ci sia uno così forte che possa condizionarli.

L’obiettivo ultimo del patron di Luxottica è il futuro di Generali della quale Mediobanca detiene il 13% in portafoglio e della quale Del Vecchio è il secondo socio privato dopo Caltagirone.

I Bonus del D.L. 34/2020 (Decreto Rilancio)

Tutto quello che c'è da sapere in tema di contributi economici e sgravi fiscali proposti dal Governo per fronteggiare gli effetti negativi della pandemia.

Articolo a cura di Fabio Vesce - Head of Legal Area e Giandomenico Mazzilli - Sales and Business Development Associate

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Con il nuovo decreto legge, il governo ha intenzione di continuare sulla scia delle erogazioni già avvenute per il mese di marzo con l’introduzione di diverse novità, che riguarderanno anche bonus per le famiglie. La prima differenza è quella dell’importo dell’erogazione del bonus per i professionisti per il mese di maggio che sarà di 1000 € (invece che di 600€ come per marzo ed aprile). A maggio, il bonus potrà essere richiesto:

    • per i professionisti iscritti alla gestione separata e non pensionati, se si ha una partita Iva attiva al 19 maggio e non solo al 23 febbraio.

    • Può fare richiesta chi ha subito, nel secondo bimestre del 2020, una riduzione almeno del 33% del reddito rispetto al secondo bimestre dello scorso anno. La perdita deve essere documentata secondo il principio di cassa, ovvero come differenza tra ricavi/compensi percepiti e le spese sostenute nell’esercizio delle attività. Bisogna, in questo caso, presentare un’autocertificazione all’Inps, la quale effettuerà una verifica con l’Agenzia delle Entrate prima di erogare i mille euro (cifra più alta rispetto a marzo e aprile, quando il bonus era indipendente dal calo di fatturato).

Oltre questa importante novità che apre le porte anche ai professionisti appartenenti alla gestione separata, il D.L.34/2020 inserisce anche nuove tipologie di bonus:

    • Rottamazione auto: prevede incentivi fino a 4mila euro nel 2020 per l’acquisto di vetture Euro 6, con emissioni di CO2 superiori a 61 grammi al chilometro, a fronte della rottamazione di un veicolo di almeno 10 anni. Un intervento pensato per aiutare gli autosaloni a smaltire gli stock invenduti. Questo punto però è ancora da confermare vista l’opposizione nell’area di governo del m5s (che vorrebbe il bonus esclusivamente per le elettriche e le ibride). La soluzione sembrerebbe trovarsi in una proposta che punta ad ampliare l'attuale ecobonus per ibride ed elettriche, modulando lo sconto in base alle emissioni.

    • Bonus vacanze: attualmente la norma prevede un massimo di 500 euro a famiglia, utilizzabile da un solo componente. Le proposte di modifica sono rivolte ad una rivisitazione del tax credit per il turismo. Le proposte puntano ad alzare in alcuni casi fino a mille euro il bonus per il nucleo familiare e anche a cancellare il tetto Isee di 40mila euro previsto fino ad oggi.

    • Credito d’imposta per i canoni di locazione di immobili ad uso non abitativo: il credito d’imposta in oggetto si applica alle attività industriali, commerciali, artigianali, agricole e di interesse turistico. È riservato ai soggetti con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente, oltre che alle strutture alberghiere e agrituristiche senza limite di ricavi o compensi. L’importo di tale credito varia in base al contratto in dipendenza del quale l’immobile è nella disponibilità del soggetto beneficiario, e si calcola in percentuale sul canone di locazione.

    • Credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro: il credito d’imposta ha ammontare pari al 60% delle spese sostenute nel 2020, per un credito massimo di euro 80.000 a beneficiario, spettante agli esercenti attività d’impresa, arti e professioni in luoghi aperti al pubblico (alberghi, ristoranti, bar, gelaterie, pasticcerie, teatri, biblioteche, musei, stabilimenti balneari e termali), nonché a favore di fondazioni ed altri enti privati compresi gli enti del terzo settore. Gli interventi contemplati dal decreto consistono in: interventi edilizi; acquisto di arredi di sicurezza; strumenti e tecnologie per lo svolgimento dell’attività lavorativa; apparecchiature per il controllo della temperatura.

In conclusione, differenti sono le novità soprattutto per i professionisti che vedranno ricevere 1000€ per il mese di maggio, mentre per le altre novità bisognerà attendere il decreto attuativo per riuscire a comprendere al meglio la disciplina.

Fase 3 - Tutto è bene… quel che finisce bene?

Conte inaugura la fase 3 e il tasso di disoccupazione raggiunge il minimo dal 2007. Ma proviamo ad andare a fondo…

Articolo a cura di Mirko Credendino - Sales and Business Development Associate

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All’indomani della conferenza stampa tenuta dal Premier Conte in cui è stato annunciato l’ingresso in fase 3, numerosi sono gli spunti positivi e incoraggianti per gli italiani. Tra i temi più caldi spiccano sicuramente il Recovery Plan, fortemente voluto dall’Italia, e un piano di modernizzazione del Paese basato sulla digitalizzazione e sullo sviluppo dell’alta velocità da nord a sud, isole comprese, oltre che naturalmente la riapertura delle scuole, prevista per il mese di settembre.

Tutto molto bello, se non fosse per il fatto che l’ISTAT, senza neanche bussare alla porta, arriva e ci riporta con i piedi per terra, sventolando un dato che tira un fendente dritto al cuore del nostro Paese: “Ad aprile 2020 si contano 274 mila occupati in meno rispetto a marzo. Calo complessivo di 400 mila occupati”. Paradossalmente, il tasso di disoccupazione scende dall’8% al 6,3%, toccando il minimo da novembre 2007. Una buona notizia quindi? Assolutamente no.

Il bello (o il brutto) dei dati è che sono solo numeri, e chi ha la presunzione di trarne un’informazione utile con un semplice sguardo commette un grande errore. Con un’analisi più accurata, uno studio leggermente più attento del semplice numero percentuale, infatti, emerge tutto ciò che un dato non esprime in un primo momento, ma che racchiude dentro di sé. Emerge, purtroppo, che il lockdown ha generato negli ultimi due mesi un incremento terrificante del numero di inattivi con una cifra record di +746mila unità (per il solo mese di aprile), quasi un milione di persone che il lavoro l’hanno perso o che neanche più lo cercano. Gli inattivi sono persone scoraggiate, sfiduciate, persone che hanno smesso di cercare un lavoro e che quindi vengono traghettate dal girone dei disoccupati a quello degli inattivi, ancora più in basso, con un richiamo all’inferno dantesco che non è poi così metaforico. Nella realizzazione delle proprie indagini, infatti, l’ISTAT considera la “forza lavoro” come l’insieme degli occupati e dei disoccupati, rispettivamente le persone occupate e in cerca di occupazione. Accanto alla forza lavoro, tuttavia, esiste un insieme di persone, quello appunto degli inattivi, che non sono occupate e che non cercano lavoro. Gli inattivi sono quindi dei soggetti troppo spesso dimenticati, che da dietro le quinte muovono il semplice numero percentuale (del tasso di disoccupazione) a rialzo o al ribasso. È proprio la superficialità insita nello sguardo a quel dato che spesso pone in secondo piano quella categoria di persone che invece andrebbe considerata e tutelata ancor più dei disoccupati.

È questa, quindi, la vera sfida del nostro Paese all’indomani dell’inizio della fase 3: rilanciare in campo tutti quegli uomini e quelle donne che sono momentaneamente in panchina per poter vincere una delle partite più complicate della nostra storia.

L'UE mostra i muscoli con il Recovery Fund, ora si fa sul serio?

Una svolta europea per fronteggiare una crisi senza precedenti...

Articolo a cura di Pier Paolo Mignone - IT & Communication Associate

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La giornata del 27 maggio si apre con questo Tweet da parte del commissario europeo Paolo Gentiloni, nel preannunciare il piano ideato dalla Commissione Europea per dare una risposta unita alla crisi. Von der Leyen ha annunciato in Parlamento la proposta della Commissione sull’utilizzo del Recovery Fund, misura già presente nell’accordo raggiunto dall'Eurogruppo nello scorso 10 aprile, dove si è deciso l’utilizzo del Mes, Sure, Bei ed allo stesso tempo si è avanzata la proposta di titoli di stato emessi dall’Unione.

Il Recovery Fund sarà di una portata maggiore rispetto alla proposta franco-tedesca degli scorsi giorni: provvederà, infatti, 500 miliardi a fondo perduto e 250 miliardi sotto forma di prestiti agevolati. Si tratta, quindi, di un fondo di 750 miliardi totali finanziati tramite l’emissione di obbligazioni, sottoscritte dalla Commissione Europea, con l’obiettivo prefissato di rimborsarli tra il 2028 e il 2058. Bruxelles propone di coprire tali spese attraverso l’inclusione di nuove tasse comuni, tra cui vengono citate la plastic e web tax, con l'obiettivo di ripagare tali uscite attraverso il bilancio unico, ampliando quelli che sono i poteri finanziari dell’esecutivo.

Tale proposta indica anche una prima chiave di ripartizione del fondo. In particolare l’Italia sarebbe, tra i ventisette, il paese a ricevere l’aiuto più ingente, seguita da Spagna e Polonia, alle quali spetteranno rispettivamente: 172,7 miliardi, di cui 81,807 come aiuti e 90,938 come prestiti; 140,4 miliardi, divisi tra 77,3 di aiuti e 63,1 di prestiti; e infine circa 64 miliardi.

Per quanto riguarda il funzionamento del fondo, la Commissione prevede l'utilizzo di tali risorse in specifici settori di ogni paese, in particolare nel digitale e nell’ambiente. Secondo la proposta, ogni paese dovrà presentare un piano di spesa nazionale e sottoporlo al giudizio di Bruxelles. Nel caso in cui il piano sia in accordo con le linee guida prefissate, ci sarà il via libera all’erogazione.

Come già sottolineato prima, il Fondo per la Ripresa è, per ora, una proposta avanzata dalla Commissione Europea, che dovrà essere discussa per poi essere approvata all'unanimità. E’ pensiero comune sostenere che la deadline prefissata per il Consiglio europeo del 19 giugno non sarà sufficiente al raggiungimento di un accordo, ma saranno necessari diversi confronti anche nel mese di luglio. L’Unione ha risposto alle continue richieste di dimostrazioni di forza, ora bisogna solo attendere e assistere a come I Ventisette reagiranno a tali manifestazioni.

BTP 2020: Italia in ripartenza?

La ricostruzione del Paese parte dagli italiani, la proposta allettante funge da magnete per i risparmiatori. Solo il quarto giorno ed è già superata quota 22 miliardi...

Articolo a cura di Giuseppe Calitri - IT & Communication Associate

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“Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso.”

Così citava il filosofo cinese Confucio ed è più che mai attuale il suo pensiero nelle condizioni in cui versa l’Italia post-Covid. Molte sono state le proposte messe in campo, molte le opzioni tra le quali scegliere. La Fase 2, oltre alla ripresa di molte attività, ha previsto un importante investimento per il Paese: il Governo ha investito in queste settimane decine di miliardi per fronteggiare la crisi economica scatenata dal nuovo Coronavirus molte delle quali ricavate con la collocazione di un Buono del Tesoro Poliennale (meglio conosciuto come BTP) .L’investimento è stato definito «di scopo», nel senso che i capitali raccolti verranno utilizzati necessariamente per interventi di contrasto all’emergenza sanitaria, prevedendo il sostegno di imprese e famiglie.


Per convincere i risparmiatori italiani a puntare su questo prodotto, il Tesoro ha definito una modalità di rimborso “ibrida”, condizione che porta ad un importante aumento della remunerazione dell’investimento, che potrebbe addirittura raddoppiare il valore della cedola semestrale. Inoltre, gli investitori che manterranno il BTP Italia 2020 per tutta la durata della sottoscrizione (5 anni), senza rivenderlo sul mercato secondario, riceveranno un “premio fedeltà” pari all’8xMille.


La cedola è dell’1,4% lordo, rivalutata ogni sei mesi. Zero il valore delle commissioni bancarie e tassazione agevolata al 12,5%. Tale cedola di interessi è indicizzata al tasso di inflazione italiana, CPI (Consumer Price Index), ovvero un indice che viene calcolato per mezzo di una media ponderata dei prezzi relativi ad un paniere di beni e servizi in un determinato periodo per le famiglie di operai e impiegati. L’indicatore non prevede l’inclusione del consumo dei tabacchi ed è previsto in crescita dello 0,8% nel 2020 e dell’1% nel 2021. Già al quarto giorno di collocamento il BTP Italia anti-Covid continua ad attirare l’interesse dei piccoli risparmiatori, portando il saldo complessivo delle sottoscrizioni a sfondare il tetto dei 22 miliardi, con la conseguente riduzione dello spread tra i titoli decennali italiani e tedeschi che chiude a 215 punti base. Insomma, una ventata di aria fresca per un’Italia messa in ginocchio nelle ultime settimane, ma il dubbio che sorge abbraccia l’esperienza pregressa: sarà in grado il Governo di sostenere un debito che potrà raggiungere dimensioni ancor più ampie?

Programma Artemis: la NASA sceglie i privati ma c'è anche un po' di Italia!

Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità: così Neil Armstrong nel ’69 commentava i suoi primi passi sul suolo lunare. Un momento iconico, almeno quanto i “soliti noti” scelti dalla NASA per il Programma Artemis. L’obiettivo? Riportare l’uomo (e la donna) sulla Luna.

Articolo a cura di Francesco Lavitrano - Sales and Business Development Associate

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Cosa dobbiamo aspettarci?

Nel Maggio del 2019 la NASA ha annunciato e pubblicato una prima bozza del Programma Artemis, ma solo ad aprile 2020 ha comunicato di aver selezionato 3 delle più importanti società aerospaziali che dovranno collaborare e perfezionare il lander che porterà di nuovo l’uomo e, per la prima volta, una donna sulla Luna e che dovranno presentare il proprio progetto entro febbraio 2021. Le società selezionate sono: Blue Origin, fondata da Jeff Bezos creatore del colosso dell’e-commerce Amazon.com, Space X che vede al vertice il visionario Elon Musk numero1 di Tesla, azienda produttrice di auto elettriche, e per ultima ma non meno importante Dynetics, filiale della società di tecnologia Leidos.

Jim Bridenstine, amministratore della NASA, ha espressamente dichiarato che sarà dunque il 2024 la data di atterraggio sul suolo lunare.

La missione

La durata della permanenza sul suolo lunare sarà dunque di 6,5 giorni, l’obiettivo è quello di far atterrare un rover (veicolo adibito al trasporto su un corpo celeste) che potrà essere pilotato a distanza. L’equipaggio, composto da due astronauti, effettuerà 4 passeggiate portando avanti osservazioni scientifiche del suolo e del ghiaccio presente sul suolo lunare in determinate aree.

Il ritorno dell’uomo sulla Luna aprirà le porte a nuovi investimenti nel campo dell’energia rinnovabile? Si, un ulteriore obiettivo sarà quello di riportare sulla terra circa 35 kg di roccia di una zona particolarmente interessante del satellite: la parete del cratere Shackleton costantemente illuminata e quindi ideale per immagazzinare energia solare.

Quanto costerà tutto ciò?

La NASA ha fino ad ora assegnato una somma pari a circa 1 miliardo di dollari in totale alle tre società selezionate, anche se conta per un finanziamento fino a 22 miliardi di dollari per la portata a termine della missione.

C’è inoltre da specificare che non sono solo queste tre le società coinvolte, difatti tale missione conterà la partecipazione di altre 8 aziende, operanti nei settori coinvolti; l'importo totale per tutte le società è di circa 45,5 milioni di dollari.

Il ruolo dell’Italia

La partecipazione italiana ha inizio lo scorso 24 ottobre, quando il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Giorgio Saccoccia e l’amministratore della NASA, James Bridenstine, hanno firmato un joint statement for cooperation in space exploration per una vera e propria cooperazione di lunga durata per la missione spaziale.

In particolare sarà la Thales Alenia Space Italia la società che collaborerà per la costruzione dell’oblò di visione, l’impianto di pressurizzazione e per il portellone di uscita.

Artemis è un primo passo verso la creazione di una vera e propria economia sul nostro satellite?

Fincantieri: l’industria italiana riparte dagli USA

Lunedì 4 maggio 2020, l’inizio della tanto agognata “Fase 2”, l’italiana Fincantieri ha fatto registrare un aumento alla Borsa Di Milano del 50% rispetto ai minimi raggiunti all’inizio del lockdown di marzo, nonostante il rallentamento subito dal settore dell'industria pesante. Ma cosa c’è dietro questo successo?

Articolo a cura di Dario Esposito - IT & Communication Associate

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Chi è Fincantieri?

Fincantieri S.p.a è un’azienda italiana che opera nel settore della cantieristica navale, attualmente il più importante player del settore in Europa e 4° al mondo. Per di più è un’azienda pubblica, fondata nel 1959 dall’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e tuttora controllata dallo Stato italiano tramite Cassa Depositi e Prestiti rappresentando da allora un’eccellenza industriale nel panorama internazionale, disponendo di 20 cantieri in 4 continenti e oltre 19000 dipendenti.

L’Appalto

In un periodo di fortissima crisi dovuta al coronavirus per il settore cantieristico navale, che sconta pesantemente il rallentamento degli ordini di navi da crociera, Fincantieri si aggiudica nei primi giorni del mese una commessa con il governo statunitense per la fornitura di fregate da combattimento a disposizione della US Navy, avendo la meglio su altri importanti cantieri made in USA.

Il valore della commessa per la prima nave è di 795 milioni di dollari, con un’opzione esercitabile per la costruzione di altre 9 navi pari ad un valore totale di 5,5 miliardi di dollari.

C’è da dire che l’azienda ex-IRI non è nuova a successi del genere, infatti già a Dicembre 2019 si era aggiudicata un altro appalto con la marina americana di 1,3 miliardi di dollari, per costruire 4 navi da combattimento destinate alle basi USA in Arabia Saudita.

Oltre al prestigio conferito e alla riconferma sull’eccellenza dell’export industriale italiano, questa commessa permetterà a Fincantieri di mantenere un portafoglio ordini attivo fino al 2027 ( anno fissato per la consegna della prima nave),potendo così assorbire l’urto della crisi dovuta alla pandemia di Covid-19, la quale ha generato un’immediata posticipazione delle commesse da parte delle aziende crocieristiche da Royal Caribbean fino a Costa Crociere, principali clienti dei cantieri navali.

La domanda da porsi, da parte delle imprese italiane, è come cercare di replicare il successo di Fincantieri anche in altri settori per permettere all’Italia di ripartire e crescere.

Bitcoin e blockchain: cosa sono e perché tenerli d'occhio?

Bitcoin e blockchain due mondi sinergici si fondono per dare vita a nuove tipologie di investimento. Tra digitalizzazione e hi-tech, la prossima decade sarà caratterizzata da asset sempre più innovativi e nuove tecnologie di scambio. Ma di cosa si tratta esattamente?

Articolo a cura di Giuseppe Calitri - IT & Communication Associate

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"Il vocabolo criptovaluta è l'italianizzazione dell'inglese cryptocurrency e si riferisce ad una rappresentazione digitale di valore basata sulla crittografia. L'etimologia del vocabolo deriva dalla fusione di "cryptography" (crittografia) e "currency" (valuta): la traduzione corretta è dunque crittovaluta e si tratta di un asset digitale paritario e decentralizzato."

Il mondo delle criptovalute è stato reso fruibile su scala mondiale con l’ingresso nei mercati finanziari del Bitcoin. Nato nel 2008, dal suo inventore che si manifestò sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto la cui identità reale è a noi tutt’oggi sconosciuta, il bitcoin si presenta come un “mezzo di scambio altamente volatile” che non ha un potere centralizzato, ma il suo valore è determinato dalle sole forze della domanda e dell’offerta. Bitcoin non è una scommessa ma una speculazione perché ha potenziale, ma il ritorno non è certo, non vi è un cashflow. Questo fa della criptovaluta in questione un investimento che non prevede un ritorno in dividendi o interessi, come invece succede con l’Euro o il Dollaro.

In che modo avvengono le transazioni?

Il mondo delle criptovalute utilizza il sistema Blockchain per effettuare transazioni. La blockchain (letteralmente “catena di blocchi”) è definita come un database distribuito fatto di blocchi, cioè una sorta di registro di transazioni dove i dati non sono concentrati su di un unico database, ma su più computer collegati tra loro via Internet, attraverso un’applicazione dedicata che permette di interfacciarsi con la “catena”.

Per meglio definire la dinamica della blockchain è bene introdurre gli attori principali: i nodi e i miner. I primi sono i computer della rete che aderiscono alla catena: chiunque può diventare un nodo, tramite un apposito programma. I miner sono coloro che effettuano il controllo delle transazioni, grazie a calcolatori molto potenti e attraverso un protocollo di validazione piuttosto complesso. Inoltre, sono responsabili per l’introduzione di nuove monete nel sistema, le quali vengono emesse come ricompensa per il loro lavoro. Ogni qualvolta viene effettuata una transazione tra due membri appartenenti alla catena si genera un nuovo blocco. A questo punto entrano in gioco i miner, che hanno il compito di stabilire se le transazioni sono valide e di raggrupparle in nuovi blocchi che vengono poi aggiunti alla catena (se determinate condizioni vengono soddisfatte). Ciascun nuovo blocco confermato viene collegato al blocco aggiunto immediatamente prima. La bellezza di questo processo sta nel fatto che è praticamente impossibile modificare i dati in un blocco una volta che questo è stato aggiunto alla blockchain, in quanto è protetto da crittografia, la quale è molto costosa da produrre ed estremamente difficile da annullare.

Perché affidare il proprio denaro ad un algoritmo?

A differenza dei sistemi bancari tradizionali, queste transazioni vengono monitorate attraverso il registro pubblico digitale suddetto e possono avvenire direttamente tra i partecipanti (peer-to-peer) senza necessità di intermediari. È possibile inviare e ricevere qualsiasi quantità di denaro istantaneamente, dovunque e in qualsiasi momento, motivo per il quale l’onda blockchain sta travolgendo sempre più ogni segmento dell’economia. Bitcoin è una forma relativamente nuova di moneta e sta appena iniziando ad avere consensi, per cui molte persone ancora non capiscono perché dovrebbero fare lo sforzo di usarlo.

Il valore del Bitcoin non è supportato da nulla, come anche l’oro non è supportato da nulla e l’euro e il dollaro, ecc. L’unico attributo plausibile è la fiducia di chi usa una valuta piuttosto che un’altra. I Bitcoin hanno proprietà intrinseche soggettivamente valutate dagli individui e tale valutazione si dimostra quando gli individui fanno scambi o cambiano valuta, liberamente, in Bitcoin.

Alcuni ancora oggi, tendono a demonizzare l’uso di tali strumenti. Come tutto ciò che è nuovo, spaventa.Non sono pochi, di fatto, i risparmiatori che fanno fatica ad affidarsi alle banche e convertire il loro denaro in carte plastificate, ancor di più, verrebbe fuori lo scetticismo di taluni se dovessero convertire il loro denaro in un qualche cosa che esiste solo nell’etere. Ciò che innegabilmente sta emergendo, però, è il nuovo paradigma che questa tecnologia abilita, ossia l’Internet of Value: una rete digitale dove i nodi si scambiano valore, attraverso un sistema di algoritmi e regole crittografiche.

La blockchain si candida, per cui, ad essere la tecnologia di riferimento per il nostro futuro.

Il mondo inondato dal petrolio: mercati del greggio al collasso

La paralisi del settore dei trasporti e il pesante rallentamento della produzione industriale globale mettono in ginocchio il mercato petrolifero. Ma la pandemia in atto non è l’unica causa dietro al crollo del petrolio.

Articolo a cura di Claudia Russo - IT & Communication Associate

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La paralisi del settore dei trasporti e il pesante rallentamento della produzione industriale globale mettono in ginocchio il mercato petrolifero. Ma la pandemia in atto non è l’unica causa dietro al crollo del petrolio:

Saltato l’accordo con la Russia sul taglio dei livelli produttivi, stabilito all’interno dell’OPEC+ (in data 6 marzo), l’Arabia Saudita ha notevolmente alzato l’offerta di greggio, dando inizio ad una guerra di prezzi dalle conseguenze disastrose.

La differenza tra le unità prodotte e quanto invece richiesto in un momento di crisi globale, ha fatto sì che l’oro nero raggiungesse, alla fine del mese di marzo, i minimi pluriennali (21$ a barile).

Ma come si è arrivato ad un valore negativo del petrolio?

Il 20 aprile 2020 verrà ricordato come un giorno devastante per l’industria del petrolio: per la prima volta nella storia il prezzo del WTI con scadenza a maggio ha segnato un valore sotto lo zero (- 37,63$ a barile). Una situazione quasi paradossale che trova spiegazione nel funzionamento del mercato petrolifero: quello per l’acquisizione del greggio è un contratto future che prevede la consegna della merce alla scadenza (prevista il 21 aprile). Questi tipi di contratti normalmente vengono rinnovati poco prima del termine ultimo attraverso il meccanismo del “rollover” ma nel caso dei contratti di maggio, questi rappresentavano una “patata bollente” per i traders: nessuno era disposto a prendere in consegna il petrolio date le situazioni di lockdown e i serbatoi di stoccaggio saturi rendevano estremamente oneroso il deposito del greggio. Tale situazione ha costretto i possessori dei futures a pagare per non ricevere quanto già acquistato e vista l’impossibilità di bloccare la produzione del petrolio per sopperire allo squilibrio dell’offerta rispetto alla domanda, la svalutazione è stata inevitabile.

Già il 21 aprile si è verificata una ripresa del prezzo del greggio, testimoniando che il WTI sotto pressione fosse quello con scadenza più ravvicinata. Pertanto il crollo del 20 aprile potrebbe rappresentare un evento isolato, derivante da condizioni di mercato di forte instabilità.

Non a caso, il contratto di giugno del Wti è sempre in calo, ma in forma meno drammatica: meno 15,64% a 20,89$ al barile; si tratta comunque di un gap tra i due contratti mai verificato che dimostra l’insufficienza del piano OPEC+ per il taglio della produzione (riduzione di 9,7 milioni di barili al giorno, a partire dalla seconda metà di aprile) e che fa comprendere l’ampiezza della crisi che il mercato petrolifero sta affrontando.

Infatti, sebbene il problema, ad oggi, sia più americano che europeo, anche il Brent (che funge da riferimento per il mercato europeo) ha subito un forte calo arrivando a perdere il 17% nella giornata del 20 aprile e tornando poi a salire con un progresso del 16% a oltre 22$ al barile.

Fase 2: tra task force e strategie

Un uomo, una squadra, 20 giorni ed un paese da rialzare. Continua il percorso delle Istituzioni verso la fine del tunnel in cui Covid-19 ci ha catapultati. In che modo l'Italia pensa di affrontare la riapertura? Come risponderanno i mercati?

Articolo a cura di Luca Capasso - IT & Communication Associate

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Dopo una fase 1 caratterizzata da un — sotto alcuni punti di vista controverso — lockdown nazionale, ecco giunto il momento del tanto atteso passo in avanti.

La Commissione

Una task force, che per il momento riveste il ruolo di organo consulente, affianca il Premier Giuseppe Conte e gli esperti della Protezione Civile (già impegnati braccio a braccio da tempo) nella gestione della situazione Covid-19.

La grande novità consiste principalmente nella composizione della nuova Commissione: non un’ulteriore squadra di epidemiologi, scienziati e medici, bensì psicologi, sociologi ed economisti, guidati dall’ex AD di Vodafone ed Unilever, Vittorio Colao.

L’obiettivo del coordinamento strategico a supporto del Presidente del Consiglio è quello di gestire la perniciosa fase di passaggio tra la cessazione di ogni attività e quella di una prima, delicata riapertura. Valutando gli effetti del confinamento sulle varie fasce della popolazione, evitando l’esposizione delle fasce deboli al rischio di povertà ed emarginazione.

L’attività del team si può racchiudere in pochi ed essenziali punti:

• la gestione dei lavoratori (già alle prese con i nuovi approcci al lavoro);

• l’utilizzo dei dispositivi di sicurezza, le direttive sulla mobilità;

• l’individuazione dei settori e delle attività strategicamente rilevanti per il paese.

La “Fase 2”

In vista della riapertura delle attività, prevista per il 4 Maggio — non in eguale misura per tutte le regioni italiane — si valutano sblocchi di settore ben mirati che con ogni probabilità interesseranno moda, automotive e metallurgia. Il rischio di un ulteriore ritardo sarebbe quello della perdita di segmenti di mercato importanti per le imprese italiane, che rivestono un ruolo di rilievo nelle filiere sopracitate, anche in ambito europeo.

Preoccupa anche l’ombra calata sul turismo, di cui però l’esecutivo ha già parlato nei termini di un “riposizionamento strategico dal punto di vista del marketing e della comunicazione del nostro paese, che è sempre ai primi posti per il binomio gastronomia e cultura”, e che vedremo arrivare solo in una ipotetica fase 3. Anche in questo caso le preoccupazioni appaiono giustificate: il turismo è da sempre motore propulsivo, soprattutto delle aree meridionali dello Stivale, le quali risentirebbero oltremodo di una gestione non ponderata in questo senso.

Continua la massiva presenza dello smart working, affiancato da turnazioni più flessibili, che agevolerà la situazione preoccupante del ritorno dei pendolari ai loro precedenti ritmi e spostamenti.

Il clima in cui questa task force opera è decisamente delicato; a partire dal coordinamento dei quasi 80 esperti di settore, appartenenti ad organi differenti, fino alle problematiche legate alle iniziative autonome, e spesso controverse, di Comuni e Regioni.

L’iniziativa del Bel Paese non è però isolata, su questa linea d’azione si stanno muovendo anche Spagna, Francia ed Inghilterra.

In Cina, in cui la riapertura è già in vigore da alcune settimane, si iniziano ad apprezzare le prime “psicosi” del mercato dei consumatori: tra “revenge spending”, rinascita dei settori del lusso e dell’intrattenimento e movimenti mirati dei fondi azionari specializzati.

La ripresa economica ripartirà dal consumo compulsivo anche in occidente?

Golden Power: in cosa consiste e come cambia con il nuovo Decreto Liquidità.

Attraverso il decreto liquidità dell' 8 aprile il governo ha esteso i poteri speciali del golden power per difendere le attività italiane. Ma in cosa consiste il Golden Power? E come sono stati estesi i suoi poteri speciali?

Articolo a cura di Luca De Menezes - Responsabile Area Risorse Umane

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Il Golden Power, istituito dall’esecutivo per tutelare le attività di alcuni settori definiti strategici, tra cui ad esempio la sicurezza nazionale o la difesa, non è altro che una sorta di scudo grazie al quale l’esecutivo ha la facoltà di opporsi all’acquisto di determinate partecipazioni o comunque di dettare delle specifiche condizioni in merito, al fine di evitare che imprese estere possano sfruttare momenti di crisi per acquistare a prezzi vantaggiosi imprese nazionali che svolgono un ruolo strategico per il paese.

Come ribadito dalla Commissione europea, l’esercizio di tali prerogative deve sempre avvenire in maniera imparziale, obiettiva, tramite criteri resi pubblici e deve al contempo essere giustificato da motivazioni di interesse generale.

Gli ambiti di applicazione del Golden Power, e quindi le aziende sulle quali il governo ha facoltà di esercitare questi poteri speciali, sono in linea di massima i settori della difesa, sicurezza nazionale, energia, trasporti, e comunicazioni. Più in generale però, l’esecutivo può esercitare le suddette prerogative su tutte quelle società (sia pubbliche che private) che, si legge anche sul sito della Camera dei Deputati, svolgono attività considerate di rilevanza strategica.

Con l’approvazione del decreto Liquidità, pensato per fornire sostegno alle imprese travolte dal coronavirus, è stata prevista un’estensione delle prerogative governative anche ad altri settori, ora considerati strategici, tra cui il settore alimentare, assicurativo, sanitario e finanziario. L’obiettivo di tale contromisura si può riassumere nell’evitare scalate di società estere che potrebbero avvicinarsi alle aziende tricolore per comprarle a prezzi di saldo (visto il tonfo generalizzato dei mercati causato dal coronavirus).

Eurobond: cosa sono e come funzionano?

In questi giorni avrete sicuramente sentito la parola “Eurobond” associata ad una delle possibili soluzioni per evitare il tracollo del sistema economico della maggior parte delle nazioni appartenenti all’Unione Europea. Ma facciamo prima un passo indietro.

Articolo a cura di Guido Moschini - Tesoriere JEF Napoli

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Gli Eurobond sono titoli di debito, ovvero titoli emessi da un debitore che ha bisogno di soldi e che vengono acquistati da investitori (i creditori), tramite i quali tutti gli Stati membri dell’UE diventano responsabili del debito in maniera congiunta. In pratica se uno stato non riuscisse a ripagare in futuro il suo debito contratto tramite l’emissione di questi titoli, non ci sarebbero grossi problemi perché provvederebbero a ripagare lo stesso gli altri stati membri dell’Eurozona.

La crisi, causata dal coronavirus, che incombe sull’Europa, pare che stia aprendo le porte a questo meccanismo solidale di distribuzione del debito (garantito dalla Banca Europea degli investimenti - BEI), ma d'altronde come spesso accade in ambito economico ci sono dei pro e dei contro.

Sicuramente è una soluzione che gioverebbe a molti paesi in difficoltà, come l’Italia, la Francia e la Spagna, perché gli permetterebbe di ottenere la liquidità necessaria a potenziare le strutture ospedaliere e finanziarie, a dare supporto alle imprese obbligate a chiudere o a lavorare in modo parziale, e soprattutto ad aiutare le famiglie che si trovano in situazioni drastiche.

D’altro canto sorge un problema di ordine morale: perché gli Stati membri con bilancio più “forte” devono pagare per altri paesi che non hanno saputo gestire il loro sistema economico in modo adeguato?

Questa posizione è stata presa in modo ferreo dal premier tedesco Angela Merkel che, seguendo la scia olandese, si è schierata assolutamente contro l’emissione di questi titoli, guardando esclusivamente agli interessi della Nazione.

E in effetti storicamente è stato così: la realizzazione di queste ipotetiche obbligazioni comuni non è mai avvenuta a causa della mancanza di una politica finanziaria comune all’UE. Fino ad oggi l’unione è stata sicuramente più teorica che reale, ed è per questo che l’Europa è a un bivio: o gli Stati si iniziano ad aiutare tra loro, oppure si riparte quando tutto finirà con la consapevolezza del fallimento del concetto stesso di unione.

"Cura Italia": la panacea dell'economia italiana?

Il 17 Marzo è stato emanato un nuovo Decreto Legge con misure straordinarie per rinvigorire il sistema economico-finanziario che ha accusato negli ultimi giorni gravi perdite.

Articolo a cura di Matteo Manto - Responsabile Area IT e Comunicazione

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L'emergenza Coronavirus ha totalmente destabilizzato l'equilibrio del nostro paese su tutti i fronti. In particolare, il panorama economico è, insieme a quello sanitario, quello che ha subito il contraccolpo più violento. Ma quali sono le manovre economiche italiane attuate per fronteggiare tale momento di criticità?

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte e del Ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, ha approvato il decreto legge 17 Marzo 2020, n°18, anche detto "Cura Italia". Il decreto interviene con provvedimenti su quattro fronti principali:

  • il finanziamento ed il potenziamento degli enti pubblici impegnati sul fronte dell'emergenza, quali il Sistema sanitario nazionale e la Protezione civile, con flussi rispettivamente di 3,5 e 10 miliardi;

  • il sostegno all'occupazione e ai lavoratori per la difesa del lavoro e del reddito, con l'obiettivo che nessuno perda il lavoro a causa dell'emergenza coronavirus;

  • il supporto alla liquidità delle famiglie e delle micro, piccole e medie imprese, attraverso la collaborazione con il sistema bancario e l'utilizzo del fondo centrale di garanzia;

  • misure in campo fiscale, con la sospensione, per i settori più colpiti, dei versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l'assicurazione obbligatoria per i mesi di marzo e aprile, insieme al versamento Iva di marzo.

La manovra economica è stata poderosa, mettendo in campo 25 miliardi di euro e attivando flussi per complessivi 350 miliardi. Possiamo parlare di modello italiano non solo per quanto riguarda le misure di contenimento attuate per contrastare la diffusione del contagio, ma anche per quanto riguarda la strategia di risposta economica, tanto che molti Paesi si stanno ispirando alle procedure italiane.

Ad oggi, in conclusione, non possiamo certo affermare che l'emergenza è sventata ma è quantomeno contenuta, in attesa del "Decreto Aprile" che potrà ulteriormente contribuire a ridurre gli effetti negativi sul sistema economico italiano.

Milano risorgerà?

In questi giorni terribili, Piazza Affari sta bruciando milioni di euro con crolli significativi. La pandemia di Coronavirus sembra essersi radicata nel mondo della finanza con conseguenze drammatiche.

Articolo a cura di Claudio Zippa - General Secretary JEF Napoli

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Secondo gli analisti Oddo Bhf è l"infodemia” il vero motore della crisi dei mercati. «Lo 0.0015% della popolazione mondiale è attualmente contagiato dal Coronavirus ma circa il 99,99% è stato “infettato” dall'infodemia, ovvero dalla epidemia di informazioni sull'argomento, alcune accurate e altre meno, che alimentano preoccupazioni a livello globale». È il motore della crisi perché essa «crea uno shock di fiducia, trasformando una crisi sanitaria in una finanziaria».

Fino a poche settimane fa gli investitori si illudevano che il problema potesse restare confinato alla Cina. Ora si trovano a far fronte con un problema globale con conseguenze pesanti per l’economia. Secondo gli analisti sono due i fattori che hanno amplificato la violenza del crollo dei mercati: la rapidità con cui sono aumentati i contagi e il fatto che le valutazioni delle Borse globali fossero elevate.

L’Italia in quanto Paese più colpito dalla malattia dopo la Cina è stato in qualche modo l’epicentro della tensione. In queste tre terribili settimane nelle quali il Coronavirus si è così largamente diffuso in Italia, i titoli del listino principale della Borsa di Milano hanno lasciato sul terreno quasi il 30% del valore. Per trovare un periodo così nero in sole ventuno giornate occorre tornare indietro al 21 settembre 2001, una data che immediatamente porta alla memoria la tragedia delle Torri Gemelle. Ebbene, allora il calo fu appena peggiore con una perdita relativa del 31% rispetto all’ultima seduta dell’agosto di quell’anno. Oggi, 12 marzo, il grafico ha segnato il valore peggiore nella storia delle contrattazioni milanesi.

Per quanto riguarda la situazione di Piazza Affari dell’11 marzo 2020 la Borsa di Milano rimbalza dopo il forte calo delle sedute precedenti. L'indice Ftse Mib guadagna l'1,69% a 18.171 punti (il 10 marzo la borsa ha chiuso con 17.575 punti). A piazza Affari guida il listino Telecom che inizialmente non ha fatto prezzo e ora guadagna oltre il 6% dopo aver comunicato di aver avviato negoziati assieme a Telefonica, per il business mobile di Oi. Rimbalzo della Juve e, soprattutto, dei bancari. Bene Mediaset dopo i conti in cui ha registrato un utile in calo del 60% a 190 milioni ma raddoppiato al netto voci extra 2018. In rosso Ferragamo che alla vigilia ha stimato nel primo trimestre ricavi in calo del 25-30% a causa dell’impatto del virus e Moncler che risente le prospettive negative del settore. Acquisti anche sul titolo Fca che ha deciso di chiudere 4 stabilimenti in Italia per interventi straordinari sul Coronavirus.

Smart working: tra opportunità di crescita e prevenzione dell'epidemia

Negli ultimi giorni stiamo assistendo ad un aumento del fenomeno dello smart working, utilizzato dalle aziende come strumento per prevenire la diffusione del nuovo Coronavirus. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo nuovo approccio e quali sono i requisiti necessari per metterlo in campo?

Articolo a cura di Bruno Herrmann - Associate Consultant JEF Napoli

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A seguito dell’emergenza Coronavirus, che porta le persone ad evitare spazi affollati ed in generale ridurre il contatto con l’esterno, si sta assistendo ad un forte aumento del fenomeno dello Smart Working.

Cos’è lo Smart Working? E’ una nuova modalità di rapporto lavorativo caratterizzata dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

In tutto questo la tecnologia gioca un ruolo chiave, perché quando si parla di Digital Transformation nei luoghi di lavoro si pensa anche all’applicazione di tecnologie avanzate per connettere persone, spazi, oggetti ai processi di business, con l’obiettivo di aumentare la produttività, innovare, coinvolgere persone e gruppi di lavoro. Bisogna comunque sempre tener presente che adottare lo Smart Working non vuol dire soltanto lavorare da casa e utilizzare le nuove tecnologie, lo Smart Working non è il telelavoro: è anche, e soprattutto, un paradigma che prevede la revisione del modello di leadership e dell’organizzazione, rafforzando il concetto di collaborazione e favorendo la condivisione di spazi. Nell’ottica smart, il concetto di ufficio diventa ‘aperto’, il vero spazio lavorativo è quello che favorisce la creatività delle persone, genera relazioni che oltrepassano i confini aziendali, stimola nuove idee e quindi nuovo business.

Da venerdì scorso il Coronavirus ha varcato i confini del nostro paese e lo Smart Working nelle aree colpite dall’epidemia (Lombardia e Veneto) è diventata la misura adottata da moltissime realtà italiane per cercare di ridurre al minimo le possibilità di contagio pur portando avanti le proprie attività.

Lo Smart Working non può essere la soluzione per “bloccare” l’epidemia ma, con l’impegno di tutti, può rappresentare una misura per ridurre rischi, attenuare disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare.

Dopo il maxi esperimento di Smart Working della Cina, adesso anche in Italia per arginare il dilagare del Corononavirus si ricorre al lavoro agile, che grazie a un decreto attuativo approvato d’urgenza è applicabile da subito, anche senza un accordo preventivo con i dipendenti. In particolare, il decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n. 6 recante le misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da SARS-CoV-2 (sigla ufficiale che indica il Coronavirus) che causa la malattia COVID-19 prevede “la sospensione delle attività lavorative per le imprese […] ad esclusione di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare ovvero in modalità a distanza”.

Come hanno riportato in questi giorni diversi quotidiani, sono tante le aziende che hanno chiesto ai loro dipendenti di limitare le trasferte di lavoro e lavorare in Smart Working, utilizzando gli strumenti di collaboration a loro disposizione: A2A, Ibm, Intesa San Paolo, Pirelli, Salini Impregilo, PwC, KPMG, Luxottica, Enel, Eni, Saipem, Snam, Vodafone.

Air Italy: le principali cause del fallimento

Notizia delle ultime settimane è il fallimento di “Air Italy”, compagnia low-cost italiana con sede ad Olbia. Nata dalle ceneri di Meridiana e grazie all’unione tra Alisarda, con il 51% delle quote, e Qatar Airways, con il 49% delle quote, l’azienda prometteva un solido piano industriale composto da 1500 assunzioni, 50 nuovi aerei nei primi cinque anni, 10 milioni di viaggiatori e nuove rotte intercontinentali.

Articolo a cura di Antonio Cozzolino - Vicepresident JEF Napoli

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Notizia delle ultime settimane è il fallimento di “Air Italy”, compagnia low-cost italiana con sede ad Olbia. Nata dalle ceneri di Meridiana e grazie all’unione tra Alisarda, con il 51% delle quote, e Qatar Airways, con il 49% delle quote, l’azienda prometteva un solido piano industriale composto da 1500 assunzioni, 50 nuovi aerei nei primi cinque anni, 10 milioni di viaggiatori e nuove rotte intercontinentali. Negli ultimi anni tuttavia, complice un contesto ostile, la compagnia ha visto un progressivo peggioramento dei risultati: la flotta è cresciuta meno velocemente del previsto e le rotte hanno alternato buoni numeri a flop. L’acquisto fallimentare di tre “Boeing 737 Max”, lasciati a terra a causa di falle nella sicurezza riscontrate negli incidenti avvenuti in Indonesia ed Etiopia, ha contribuito al peggioramento di uno scenario già difficile.

Dando uno sguardo ai numeri nel 2019, Air Italy ha registrato una perdita che ha superato 210,5 milioni di euro, a fronte di ricavi per 309,5 milioni e nel 2018 aveva già accumulato una perdita netta da 163,8 milioni di euro facendo registrare al 31 dicembre di quell’anno una riduzione del capitale sociale sotto il minimo legale. Appurata l’impossibilità del salvataggio è stata scelta la via della liquidazione, con conseguenze non di poco conto: le principali preoccupazioni sono legate alla disponibilità di voli da e verso la Sardegna, garantiti dalla compagnia, nonché al destino di 1500 lavoratori che da un giorno all’altro si sono ritrovati a dover abbandonare la loro occupazione senza possibilità concrete di rimpiazzo.

A lavoro sono già i sindacati che esprimono pesanti ripercussioni occupazionali: Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti, in una nota congiunta, scrivono che è necessario che il Governo trovi una soluzione immediata per i lavoratori in quanto non vi è certezza degli ammortizzatori sociali e in quanto il fondo del trasporto aereo non è stato rifinanziato.

Corona-virus, tra fenomeno virale e fenomeno del web: cosa c'è di vero?

Da pochi giorni il numero di morti provocati dal nuovo corona-virus scoppiato a Wuhan ha toccato quota 1000, l’allarme mondiale diventa di allerta gialla e l’economia inizia ad accennare i primi colpi. Nel boom del fenomeno, si scatenano i “bufalari” del web, aumentando inutilmente la preoccupazione generale.

Articolo a cura di Federico De Micco - International Manager JEF Napoli

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Un'epidemia di un nuovo coronavirus (2019-nCoV) sta colpendo la Cina, insieme a casi isolati in 27 altri Paesi. È stato identificato a Wuhan, la capitale della provincia cinese di Hubei, dopo che 41 persone hanno sviluppato la polmonite senza una chiara causa.

Il virus, che causa la malattia respiratoria acuta 2019-nCoV, è in grado di diffondersi da persona a persona ed i sintomi includono febbre, tosse e difficoltà respiratorie.

È stato stimato un tasso di mortalità intorno al 2%, in leggero aumento dai primi casi accertati del 2019.

Tutt'ora non esiste un vaccino e nessun trattamento specifico, sebbene siano stati studiati diversi approcci e vaccini antivirali.


Analizziamo però più nel dettaglio l’epidemia come fenomeno virale, che di virale ha soprattutto lo spread di false notizie e testimonianze sui social:


• La prima e più diffusa fake news proviene da Facebook, divenuta virale in poco tempo, e riguarda lo scoppio dell’epidemia, derivante dalla vecchia esperienza cinese del virus SARS, in cui veniva affermato che lo stesso corona-virus di Wuhan era stato creato in laboratorio.

L’argomentazione si basava su un brevetto relativo ad un corona-virus, depositato presso l’Ufficio Brevetti Usa. Il brevetto, come già accennato, era in realtà relativo al corona-virus che ha causato l’epidemia di SARS nel 2002.

• Sempre per quanto riguarda le origini del fenomeno, non essendo ancora chiare le cause della prima trasmissione all'uomo, gli utenti dei principali social network si sono divertiti a fantasticare sulle possibili cause, spesso associando il contagio del virus a pipistrelli, serpenti e anche pangolini. Restano chiaramente ancora infondate tutte le possibili accuse, non avendo alcun dato certo sul primo contagio.

• Numerose fake news sono state anche rilasciate per quanto concerne i possibili rimedi naturali al contagio del virus, come l’etanolo, gli steroidi, l’acido acetico e l’acqua salata.

Ovviamente però non esiste ancora un rimedio certo per evitare il contagio, se non evitare il contatto ravvicinato con persone affette dal virus, come non esiste ancora un vaccino accertato, nonostante il virus sia stato isolato e di dominio pubblico.


In conclusione, è opportuno riuscire ad arginare il fenomeno virale delle fake news che, come sappiamo da esperienze pregresse, intensifica la paura generale e si dirama nell'ignoranza.

Gli unici consigli da seguire sono quelli forniti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e le precauzioni da attuare per chi viaggia nei Paesi dove il virus è più diffuso sono quelle diramate dal Ministero della Salute.

Il mercato all'indomani della Brexit: cosa cambia per UK ed UE

Cosa è cambiato nello scenario politico internazionale dopo gli eventi decisivi del 31 gennaio? Qual è l'eredità della Gran Bretagna lasciata ai 27 Paesi rimanenti?

Articolo a cura di Salvatore Mastrullo - Associate Consultant JEF Napoli

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31 gennaio 2020, ore 11:00PM: il Big Ben segna l’inizio di una nuova epoca per la politica e l’economia mondiale. Dopo quasi quattro anni di negoziati e trattative, la Gran Bretagna raggiunge il suo obiettivo di diventare indipendente dall'unione Europea. Cinque sono state le motivazioni portate avanti dal fronte “Leavers”, non senza polemica ed opposizione: immigrazione fuori controllo, sicurezza e sovranità nazionale, contributi UE eccessivamente dispendiosi e burocrazia lenta e farraginosa. La “Grande potenza navale”, come la definisce l’attuale primo ministro Boris Johnson, ha sostanzialmente rivendicato l’autonomia politico-economica della Nazione. Questo ha ovviamente avuto delle conseguenze sui mercati mondiali di beni e valute. Con la Gran Bretagna indipendente cambiano ovviamente le regole legate all'import e all'export: sarà libera dalle regole di mercato in vigore nell’UE. Gli scenari che vedremo nelle prossime settimane possono essere sostanzialmente due: Londra avvierà dei trattati con l’UE per conservare parte dei privilegi dell’Unione oppure, ipotesi più acclarata dal Premier, avviare autonomamente trattative con le potenze economiche mondiali per trattare dazi e quote merci.

Altro dato da tenere sotto controllo sarà il valore della sterlina rispetto all'Euro: su questo punto si gioca una delle partite più importanti di tutta la Brexit. Il valore della moneta potrebbe essere l’ago della bilancia che potrebbe spingere Londra verso l’Europa o verso altri mercati, come quello statunitense ad esempio.

Altre modifiche interessanti riguarderanno la vita di tutti i giorni dei cittadini britannici, per quanto riguarda ad esempio le tariffe telefoniche, non più vincolate ai regolamenti UE. Guardando invece la scelta da un punto di vista Europeo, anche per il Vecchio Continente ci saranno delle conseguenze politiche ed economiche. Prima fra tutte, l’equilibro dei flussi migratori potrebbe modificarsi in seguito all'impossibilità di raggiungere l’isola britannica a causa delle frontiere chiuse. Anche il PIL delle Nazioni europee potrebbe subire una deflazione per la variazione della bilancia commerciale.

In conclusione, dunque, la Brexit, fenomeno già discusso e controverso sin dall'inizio, avrà sicuramente conseguenze di lungo periodo per l’UK e l’Europa che in qualche modo daranno vita a nuove sfide e nuove questioni da dibattere ed analizzare nello scenario politico internazionale.